Giuliano Vangi: un Maestro della Scultura Contemporanea

Giuliano Vangi è uno dei più grandi scultori italiani contemporanei, noto per la sua capacità di unire tradizione e innovazione attraverso un linguaggio artistico che esplora la condizione umana con profonda sensibilità. Nato a Barberino di Mugello, in Toscana, il 13 marzo 1931, la sua carriera abbraccia oltre sei decenni, durante i quali ha creato opere che dialogano con il tempo e lo spazio, suscitando emozioni universali.

Vangi si è formato all’Istituto d’Arte e all’Accademia di Belle Arti di Firenze, città che ha influenzato profondamente la sua sensibilità artistica. Negli anni ’50 ha insegnato disegno e scultura, un periodo durante il quale ha affinato la sua tecnica e ha sviluppato un interesse per la figura umana come centro della sua poetica. Nel 1959, Vangi si è trasferito in Brasile, dove ha esplorato l’astrattismo, lavorando con materiali come il cristallo, il ferro e l’acciaio. Questa esperienza gli ha permesso di sperimentare forme nuove e di confrontarsi con un linguaggio artistico più universale. Tuttavia, nel 1962 è tornato in Italia, iniziando una nuova fase della sua carriera caratterizzata da un ritorno alla figurazione. Vangi ha collaborato con architetti di fama mondiale, come Renzo Piano e Mario Botta, integrando le sue opere in progetti architettonici di grande respiro.

Le sue sculture sono esposte in musei e spazi pubblici in Italia, Giappone, Corea del Sud e molti altri paesi, confermando il suo ruolo di protagonista nell’arte internazionale. Il tema della solitudine è, ricorrente nella letteratura e nell’arte e Vangi lo ripropone con occhi nuovi. L’uomo contemporaneo è il soggetto che Vangi previlegia nelle sue opere ne mostra soprattutto la condizione umana come riduzione dello spazio di vita e il contrarsi dello spazio psicologico, lo fa con immediatezza non solo nelle opere in cui il soggetto è stravolto e dolente, ma in una varietà di situazioni e di punti di vista. Le opere scultoree ci mostrano tutto ciò nell’espressività del volto e delle mani, nell’avvolgersi del corpo in forme affusolate e chiuse.

Esemplificativo è il ciclo di opere degli anni 80, in cui L’artista propone immagini femminili. La figura di “Clelia” ci mostra un corpo femminile racchiuso in un cubo di marmo rosa e una testa bianca con un sorriso innocente, timido e aperto al mondo. Tuttavia la figura ci lascia in sospeso riguardo all’enigma indecifrabile della personalità umana. Un’altra figura emblematica è quella di “Elena”, la testa adornata di riccioli rossi richiama ad un’aura Klimtiana che subito si dilegua nella inevitabile forma chiusa del corpo. In questo caso l’espressione del volto è ieratica, immobile e indecifrabile nel suo scrutare lo spettatore. Di altra natura sono le opere che ci parlano della tragica realtà del XXI secolo, in cui risuona potente la protesta contro la crudeltà e la violenza, che ci vengono mostrate in tutta la loro ripugnante miseria. La composizione doppia di “Ares”, eseguita in un non finito, riflette poco la luce, le figure sono ombre opache e spaventosamente immobili. Nel volto del carnefice non c’è traccia della vittoria a differenza delle figure mitologiche del passato. Ares non è il dio della guerra ma una belva furiosa sicura della sua impunità. Tale figura è estremamente attuale nei campi di battaglia ucraini e del medio oriente.

Nel 2002, Vangi ha ricevuto il Praemium Imperiale, uno dei più prestigiosi premi artistici al mondo, per la sua capacità di rinnovare il linguaggio della scultura mantenendo un legame profondo con la tradizione. Scomparso il 26 marzo 2024 a Pesaro, Giuliano Vangi lascia un’eredità artistica inestimabile. Le sue opere continuano a parlare alle generazioni future, celebrando la bellezza, la fragilità e la forza della condizione umana. Giuliano Vangi è un esempio di come la scultura possa evolversi nel tempo, restando fedele a sé stessa e al suo compito primario: comunicare emozioni e idee attraverso la materia. Le sue opere, con la loro capacità di trascendere confini culturali e temporali, rappresentano un pilastro dell’arte contemporanea italiana e mondiale.

Paolo Camporese

 

Giuliano Vangi: A Master of Contemporary Sculpture

Giuliano Vangi is one of the greatest contemporary Italian sculptors, renowned for his ability to merge tradition and innovation through an artistic language that deeply explores the human condition with remarkable sensitivity. Born in Barberino di Mugello, Tuscany, on March 13, 1931, his career spans over six decades, during which he created works that engage with time and space, evoking universal emotions.

Vangi trained at the Art Institute and the Academy of Fine Arts in Florence, a city that profoundly shaped his artistic sensibilities. In the 1950s, he taught drawing and sculpture, a period during which he refined his technique and developed a keen focus on the human figure as the center of his artistic vision. In 1959, Vangi moved to Brazil, where he delved into abstraction, working with materials such as crystal, iron, and steel. This experience allowed him to experiment with new forms and engage with a more universal artistic language. However, in 1962, he returned to Italy, marking the beginning of a new phase in his career, characterized by a return to figuration.

Vangi collaborated with world-renowned architects such as Renzo Piano and Mario Botta, integrating his works into ambitious architectural projects. His sculptures are displayed in museums and public spaces across Italy, Japan, South Korea, and many other countries, cementing his role as a leading figure in international art.

The theme of solitude, recurrent in literature and art, is revisited by Vangi with fresh perspectives. The contemporary human being is the subject he favors in his works, portraying the human condition as a reduction of living space and a contraction of psychological space. He captures this not only in works where the subject appears distorted and sorrowful but also through a variety of situations and viewpoints. His sculptures convey this through the expressiveness of faces and hands, and the way the body wraps itself in slender, closed forms.

An illustrative example is the series of works from the 1980s, where the artist presents feminine images. The figure of Clelia shows a female body enclosed in a cube of pink marble, with a white head bearing an innocent, shy smile, open to the world. Yet, the figure leaves us suspended before the inscrutable enigma of human personality. Another emblematic figure is Elena, whose head adorned with red curls evokes a Klimt-like aura that quickly fades into the inevitable closed form of the body. In this case, the facial expression is hieratic, motionless, and inscrutable as it gazes at the viewer.

Of a different nature are works that speak to the tragic reality of the 21st century, powerfully protesting against cruelty and violence, which are shown in all their repugnant misery. The dual composition of Ares, executed in an unfinished style, reflects little light; the figures are opaque shadows, terrifyingly immobile. In the executioner’s face, there is no trace of triumph, unlike the mythological figures of the past. Ares is not the god of war but a feral beast certain of its impunity. This figure resonates strongly with the battlefields of Ukraine and the Middle East.

In 2002, Vangi received the Praemium Imperiale, one of the most prestigious art awards in the world, for his ability to renew the language of sculpture while maintaining a profound connection with tradition.

Passing away on March 26, 2024, in Pesaro, Giuliano Vangi leaves behind an invaluable artistic legacy. His works continue to speak to future generations, celebrating the beauty, fragility, and resilience of the human condition. Giuliano Vangi stands as an example of how sculpture can evolve over time while staying true to itself and its primary purpose: to communicate emotions and ideas through matter. His works, with their ability to transcend cultural and temporal boundaries, represent a cornerstone of contemporary Italian and global art.

Paolo Camporese

 

nell’immagine una scultura di Paolo Camporese dal titolo “La Citarista”