https://centrogiacometti.ch/it/famiglia-giacometti/le-personalita-giacometti

La scultura, sin dalle sue origini, si è posta come mezzo privilegiato per dare corpo al sacro, al mito e alle pulsioni più profonde dell’animo umano. Tra i suoi temi ricorrenti, la maschera e il mito occupano un posto centrale, fondendosi spesso in un unico dispositivo simbolico capace di oltrepassare i confini della realtà visibile per accedere a dimensioni archetipiche, rituali e collettive.

La maschera è uno degli strumenti espressivi più antichi della storia umana. Nella scultura, essa non è mai un semplice oggetto decorativo: è veicolo di trasformazione, di assunzione di ruoli altri, di sospensione dell’identità personale in favore di una figura mitica, totemica o teatrale. Sculture tribali africane, opere precolombiane, reperti greci e romani: tutte testimoniano l’uso della maschera come elemento di passaggio tra il mondo umano e quello degli dei o degli spiriti.

In ambito moderno e contemporaneo, la maschera diventa spesso allegoria della psiche. Le sculture di artisti come Medardo Rosso o Alberto Giacometti sfruttano il volto stilizzato o deformato per evocare la complessità dell’identità e la fragilità dell’essere. La maschera scolpita può così diventare emblema di alienazione, di molteplicità interiore o di mimesi sociale.

Il mito, nella scultura, si manifesta attraverso figure simboliche che incarnano forze cosmiche, passioni umane o racconti fondanti. Le statue delle divinità greche non erano soltanto rappresentazioni religiose, ma vere e proprie forme ideali, in cui l’equilibrio formale era in sintonia con l’armonia universale. Nel Rinascimento, la ripresa del mito classico fornì agli scultori un linguaggio potente per esplorare bellezza, eroismo e tragedia.

Nel Novecento, l’interesse per il mito non scompare, ma si trasforma. Arp, Moore, Marini e altri reinterpretano figure mitiche in chiave astratta, materica, arcaica. Il mito si fonde così con l’inconscio collettivo, si fa primitivo, onirico, simbolico. Le sculture non illustrano più un racconto preciso, ma evocano atmosfere, tensioni, misteri che appartengono alla sfera del sacro e dell’irrazionale.

Quando la maschera e il mito si intrecciano nella scultura, nascono opere di straordinaria potenza simbolica. La maschera assume un valore mitico, divenendo volto dell’eroe, dell’antenato, del dio, oppure icona dell’umano che si interroga su sé stesso. Il mito, a sua volta, si materializza in forme mascherate che superano il tempo storico e si proiettano in una dimensione universale.

Questa fusione, presente nelle culture arcaiche, viene continuamente rivisitata dall’arte contemporanea, che riconosce in essa un archetipo narrativo sempre attuale. Le maschere scolpite oggi interrogano la nostra identità frammentata, i miti rifondano nuove narrazioni in un mondo in cerca di senso.

Nel mio lavoro scultoreo, ho spesso affrontato il tema della maschera attraverso una figura emblematica: Arlecchino. Questo personaggio della Commedia dell’Arte, con la sua maschera nera, il corpo guizzante e il costume a losanghe, incarna una forma ambigua e poetica dell’identità. Arlecchino è servitore e trickster, carne e sogno, corpo comico e figura malinconica. Attraverso di lui ho cercato di esplorare non solo la teatralità del gesto, ma anche la tensione tra l’apparire e l’essere, tra il volto e ciò che si nasconde dietro. Le mie sculture di Arlecchino sono nate da un’urgenza plastica di indagare la maschera come filtro della realtà e allo stesso tempo come rivelazione dell’intimo. In esse, la maschera diventa un linguaggio universale che parla della condizione umana: il bisogno di celarsi per potersi esprimere liberamente.

La scultura, in questo dialogo tra maschera e mito, continua a essere uno specchio dell’uomo: non solo ciò che egli è, ma anche ciò che teme, sogna, immagina di diventare.

Paolo Camporese

Nell’immagine una scultura di Paolo Camporese