Ulisse
Una scultura metafisica tra frammento e memoria
La scultura in terracotta policroma di Paolo Camporese intitolata Ulisse rappresenta un’operazione concettuale affascinante, dove l’astrazione metafisica si incontra con una narrazione stratificata di simboli classici. L’opera non si limita a celebrare l’eroe omerico, ma lo disgrega, lo riscrive, lo trasforma in un’entità complessa dove l’identità stessa diventa questione aperta. Il busto acefalo che corona la composizione è il gesto più radicale dell’opera. L’assenza della testa — del volto, dello sguardo, della parola — trasforma Ulisse da eroe caratterizzato dalla sua intelligenza (metis) in una figura svuotata, quasi ridotta a puro corpo. È un’inversione potente: colui che era celebre per l’ingegno diventa qui silenzio, cecità, anonimato. Camporese suggerisce che il viaggio, il peregrinare infinito, ha corroso l’identità stessa del protagonista, riducendolo a un’ombra di se stesso.La tunica dorata avvolge questo vuoto con una dignità quasi ironica. L’oro evoca la gloria classica, lo splendore regale, l’immortalità mitologica — eppure riveste un nulla. C’è qui una sottile critica all’eroismo celebrativo: la forma aurea persiste, ma il significato si è dissolto. È come se Camporese dicesse che il mito resiste nella sua forma estetica, ma ha perso la sua sostanza umana. Lo strato centrale della composizione si arricchisce di simboli architettonici e marziali: l’elmo greco e la colonna antica. Questi elementi non sono ornamenti casuali, ma pilastri della memoria culturale. L’elmo richiama la guerra, la lotta, il conflitto — gli ostacoli che Ulisse ha affrontato. La colonna rimanda alla civiltà, all’ordine, alla permanenza. Insieme, costituiscono una specie di torre o fortezza, una struttura che sostiene il vuoto superiore. È come se la gloria passata, l’architettura del ricordo, dovesse reggere il peso della figura smembrata. La maschera di Circe alla base della scultura introduce una dimensione narrativa cruciale. Circe non è semplicemente un ostacolo nel viaggio di Ulisse, ma rappresenta la tentazione, l’oblio, il rischio di perdere se stessi. Posizionarla come fondamento è geniale: suggerisce che tutto ciò che sorge — la gloria, l’identità, il mito stesso — affonda le radici nel pericolo, nella seduzione, nella possibilità dell’annullamento. È il ciclo infinito: Ulisse torna sempre da Circe, sempre rischia di dissolversi, sempre si ricostruisce e si frammenta. Il contrasto tra il bordeaux scuro della terracotta e l’oro della tunica non è meramente decorativo. Il bordeaux rimanda alla terra, al sangue, all’umanità vulnerabile; l’oro è l’aspirazione, il divino, l’immortalità. La loro coesistenza riflette la natura paradossale di Ulisse: mortale e quasi divino, fragile e indistruttibile, dimenticato e eterno. Ulisse di Camporese è un’opera che rifiuta la celebrazione facile del mito classico. Invece di offrirci l’eroe completo e trionfante, ci presenta un arcipelago di frammenti — un busto senza volto, simboli di guerra e civiltà, la maschera della seduzione alla base. È una meditazione sulla perdita d’identità, sulla persistenza del mito nella forma mentre la sostanza si ritira. La scultura ci chiede: cosa rimane di Ulisse dopo il viaggio? Una tunica dorata e il vuoto. Ed è in questo vuoto, affascinante e inquietante, che risiede la forza dell’opera.
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Anno: 2025
Dimensioni: H 45 cm, largh. 10 cm, prof. 10 cm
Materiale: Terracotta policroma