L’opera e la personalità artistica dello scultore Paolo Camporese riflettono l’assoluta necessità del “creare”, che nel suo caso s’intende nell’accezione primigenia e ancestrale del “plasmare” la materia informe, ovvero l’argilla – fra i più semplici materiali esistenti -, per infonderle nuova forma e significato.
Questo “plasticismo innato” alla sua indole creativa, lo scultore lo deriva fin dagli anni giovanili delle prime esperienze artistiche, da una predisposizione a sé intrinseca all’indagine speculativa sull’esistente interno-esterno all’uomo.
E’ infatti l’essere umano e il suo mondo, l’universo che lo circonda, così immenso e straniante, incommensurabile e intimamente inconoscibile, il motivo di fondo che si evince latente in tutta l’opera di Paolo Camporese, e che con reticenza, quasi con timidezza, si ritrae e sfugge ad uno sguardo in prima istanza meno attento.
La figura umana, rappresentata integralmente o nella forma e nelle grandezze diverse del busto, della testa, del gruppo – ritratto o invenzione fantastica che sia -, costituisce l’elemento cardine della sua poetica.
L’uomo, nella sua dimensione più concreta e tangibile – perché tutta l’arte di Paolo Camporese parte da una visione completamente effettiva e pratica, sperimentabile, della realtà -, col suo bagaglio completo di sentimenti, espressioni, questioni vitali primarie, ci descrive sé e si lascia volentieri ammirare nei personaggi raffigurati, inducendoci per via spontanea e piacevole all’introspezione riflessiva e alla meditazione.
L’artista ci parla di sentimenti in maniera completamente, immediatamente comprensibile e condivisibile: perché si tratta di sentimenti fondamentali nella vita di ogni individuo: l’amore nelle sue diverse declinazioni, compresi gli affetti familiari, le cure di ogni giorno, il senso della diversità e l’importanza delle differenze, lo spaesamento che si prova al confronto con l’infinito, sia esso infinitamente piccolo o grande, infinito mentale o fisico. E inoltre il tempo, con le sue inevitabili implicazioni presenti, passate e future, che costruiscono un dialogo incessante ed essenziale, assolutamente consolante, verso un fine di cui non possiamo o in ultima analisi non è indispensabile avere certezza.
Sopra tutto questo aleggia, volendo rivolgere uno sguardo globale alla produzione dello scultore, una delicata atmosfera d’ironica malinconia, o d’ironia malinconica – ben evidente nei volti dei suoi personaggi – che costituisce poi la faccia di una stessa medaglia con effige umana.
Altro elemento principe della sua visione artistica è per l’autore appunto il modellare, che allunga foggiandole le forme, conquistando l’anatomia dei corpi, in un costante oscillare fra addizione e sintesi, gusto raffinatamente barocco e più contemporanea semplificazione formale, perizia descrittiva e abile astrazione.
Alla base di tutta la produzione di Paolo Camporese vi è infatti una profonda e ricercata cultura artistica, che egli media con l’ausilio di una pregevole maestria tecnica – conquistata in anni di paziente lavoro e studio -, e di una particolare inventiva, che colora e trasfigura anche le fattezze di più evidente derivazione classica.
Si tratta di sculture, figurative o astratte, perlopiù organiche, cui sembra essere connaturato il movimento: rotazioni, torsioni, scorrimenti, piegarsi delle membra al limite delle loro possibilità, quasi arrivando al confine con l’ascetismo e la trascendenza.
Le sculture di questo artista riempiono appieno e gradevolmente lo spazio intorno, conquistando attenzione, invitandoci ad esplorarle da ogni lato e angolazione: perché possono rivelarci sorprese e simboli inaspettati, come anche una finitezza esteriore del tutto apprezzabile, una visuale d’insieme che non stanca mai di farsi ammirare.
Il colore aggiunto ai corpi in diverse modalità e composizioni, arricchisce, evidenzia e conferisce carattere, e insieme apre alla mente ulteriori campi d’indagine.
L’arte di Paolo Camporese procede sollecita verso il superamento delle sue stesse premesse, culturali e pratiche, verso la realizzazione del concetto, che si concretizza nel fare e che è poi il compimento più esauriente della personalità dell’artista, l’adempimento più soddisfacente delle sue possibilità, sempre passibili di prossimi, sorprendenti sviluppi.
Maria Palladino.
Nella immagine una scultura di Paolo Camporese dal titolo “The poet and fish fry”



