Marino Marini: la dissoluzione della forma e il faro della classicità

Marino Marini è probabilmente uno degli scultori italiani del Novecento più conosciuti all’estero. Nonostante le sue incursioni nella pittura, rimase sempre coerente con la sua vocazione, senza mai uscire dal solco della scultura. Non a caso, visse una stagione in cui questa disciplina veniva messa profondamente in discussione da uno dei più grandi maestri dell’epoca, Arturo Martini, che negli anni Quaranta aveva scritto il celebre saggio “La scultura lingua morta”. Dai suoi esordi nel 1926 fino alla morte nel 1980, Marini costruisce un percorso personalissimo e coerente, in cui si riconosce una netta evoluzione dei soggetti, sempre nel pieno rispetto dell’arte plastica.

Nel tempo la critica ha cercato di rintracciarvi ascendenze e paternità illustri: dai modelli etruschi ad autori come Aristide Maillol fino ad arrivare, nel caso dei suoi celeberrimi cavalieri, al Cavaliere di Bamberga. A mio avviso, Marini ne viene influenzato solo superficialmente; egli sviluppa i suoi temi seguendo lo spirito del proprio tempo. La classicità è il suo faro: lo conduce verso soggetti già visti che, tuttavia, egli rielabora radicalmente. I temi, per così dire classici, sono quelli delle “Pomone”, dei “giocolieri”, dei “cavalieri” e dei “ritratti” (le prime due tipologie includono, concettualmente, anche la figura dei “guerrieri”). Per ognuno di questi soggetti si possono esprimere alcune considerazioni:

  • Le Pomone: sono soggetti femminili nudi dalle forme ricche e rotonde, che emanano una potente forza creatrice. In questo caso possono richiamare i nudi di Maillol, la cosiddetta Venere ottentotta (un tempo esposta al Musée de l’Homme al Trocadéro di Parigi) o i nudi di Renoir. Tuttavia, in tutti questi modelli manca la dissoluzione della forma che Marini imprime alle sue opere, elemento che ne sancisce l’assoluta unicità.
  • I giocolieri: sono soggetti legati alla modernità del secolo scorso. Se Picasso li dipinge nella loro accezione più classica, Marini, allo stesso modo, li modella in atteggiamenti di riposo o, al massimo, intenti nella preparazione di un numero. Si tratta di piccole figure caratterizzate, anche in questo caso, dalla dissolvenza della forma: a volte si presentano acefale o monche, quasi a simulare un ritrovamento archeologico.
  • I ritratti: sono rappresentati da una lunga galleria di volti noti del Ventesimo secolo che richiamano le raccolte di antichità classiche o i Lari e i Penati, i numi protettori delle case romane. Altre sculture di questo tipo, come Il popolo o La borghese, rappresentano invece modelli sociali con caratteristiche somatiche ed etiche condivise. La parte più interessante della sua ritrattistica è sicuramente quella dedicata ai personaggi illustri. In queste opere ritroviamo innanzitutto la struttura geometrica della testa e la tipizzazione del soggetto; Marini interviene poi accentuando i dettagli — come le ali del naso, l’orecchio, la bocca o il mento — ed è proprio su questi particolari che lo scultore costruisce il vissuto e l’identità psicologica del personaggio.
  • I cavalieri: sebbene rimandino formalmente al Cavaliere di Bamberga, anche in questo caso cavallo e cavaliere assumono una connotazione del tutto peculiare. Il cavallo a volte appare ben piantato sulle quattro zampe, a volte invece sembra letteralmente schiantato dal peso e dalla tensione del cavaliere. Inoltre, in diverse opere compare la componente cromatica: colori netti come il rosso e il nero che rimarcano le linee strutturali della scultura. Il più famoso di questi cavalieri è sicuramente quello esposto al Museo Peggy Guggenheim di Venezia.

Il tema dei giocolieri, delle maschere come Arlecchino e, in generale, degli artisti di strada ha ispirato diverse mie opere; per tale motivo mi ritrovo in profonda sintonia con Marino Marini. Nella mia figura del giocoliere, rappresentata in questo articolo, la scelta cromatica è determinante: i tasselli geometrici dell’abito sono netti e la foglia d’oro conferisce una preziosità che sembra quasi in contraddizione con il concetto di fatica. Qui, l’equilibrio precario del giocoliere — che si muove su una superficie scabra e poggia il piede su un mascherone che evoca la maschera teatrale a terra — è sottolineato proprio da questa dualità. L’oro e la policromia non nascondono la fragilità dell’equilibrio, ma la esaltano come una forma di dignità o di elezione. Sia Marini sia la mia scultura contemporanea utilizzano la figura del saltimbanco non per fare intrattenimento, ma per esplorare la condizione umana: Marini lo fa attraverso un’”archeologia del corpo”, dove la superficie ferita racconta l’erosione del tempo; io lo faccio attraverso un’”archeologia della maschera”, dove il contrasto tra la preziosità del colore (come l’oro) e la ruvidezza o la povertà della materia (come la terracotta bianca o scabra) definisce l’essenza di un personaggio bloccato tra la recitazione e l’esistenza vera. In entrambi i casi, la scultura diventa uno specchio: la figura che sta per cadere è un invito a guardare dentro noi stessi e a trovare il nostro equilibrio, per quanto fragile esso sia.

Paolo Camporese

Nell’immagine una scultura di Paolo Camporese della serie “gli arlecchini giocolieri”.