Arturo Martini: Il mistero delle “Gare invernali”

La doppia scultura in terracotta di Arturo Martini, conservata al museo Middelheim di Anversa, ritrae due figure: una femminile, avvolta in un peplo, e una maschile, nuda, con un drappo che ricade dalle spalle. Le due opere presentano cromie differenti, una tendente al rossastro e l’altra al giallo ocra, che le rendono, a uno sguardo superficiale, quasi estranee l’una all’altra.

Nonostante l’evocazione di atmosfere arcaiche, Martini dichiarò fermamente che in quest’opera non vi fosse nulla di etrusco. Eppure, il processo creativo suggerisce il contrario: le sculture furono modellate con la tecnica a colombino direttamente all’interno del forno. Una volta ultimata la modellazione, la fornace veniva sigillata per la cottura. Solo all’apertura del forno la “magia” si palesava agli astanti, rivelando le figure finite.

In questo gruppo scultoreo risaltano la nobiltà dei lineamenti, la posa quasi ieratica e, soprattutto, il tema dell’attesa. Le figure sembrano emergere da uno scavo archeologico; il forno stesso funge da camera sepolcrale o grembo materno dal quale i personaggi si materializzano, pronti a stupire il mondo. È l’attesa di essere “disvelati” dopo un lungo sonno metafisico.

Presentate alla Biennale di Venezia del 1932, le sculture ricevettero il titolo di Gare invernali. Questa scelta appare oggi stridente con la poetica martiniana: il titolo sembra infatti un tributo forzato alle aspettative del regime fascista, che prediligeva soggetti legati a epiche imprese sportive per esaltare il vigore nazionale. Sotto la superficie di un titolo “atletico”, Martini ha invece nascosto due idoli senza tempo, immobili nel loro silenzio millenario.

Paolo Camporese

Nella immagine una scultura di Paolo Camporese dal titolo “Tobiolo”

Tobiolo