Nell’immaginario collettivo Arlecchino è il carnevale. I colori sgargianti del suo vestito richiamano i coriandoli e la sua maschera nera contrasta con la gioia che emana richiamandone le origini occulte lontane nel tempo. Il nome arlecchino infatti deriva dalla tradizione franco tedesca e Harlequin o Holle Konig letteralmente tradotti significano “re dell’inferno”. Nell’inferno di Dante viene ricordata la figura di “Alichino” capo di una schiera di diavoli. Lo ritroviamo nella tradizione contadina pagana del nord e centro Europa, raffigurato come un diavolo che guida una compagnia di morti inquieti che nella notte del 30 aprile (notte della Valpurga) scorrazza per i paesi in cerca di anime da portare con sé. Con il tempo l’aspetto demoniaco si mitiga e Arlecchino è Zanni, un personaggio bergamasco un po’ tonto che a volte escogita soluzioni furbe ai propri problemi. Arlecchino è quindi un discendente diretto di Zanni, maschera della tradizione bergamasca. La tradizione lo vede interprete di commedie già dal 1500, ma assurge alla notorietà definitiva con Goldoni che lo inserisce nelle proprie. In questa rinnovata identità diventa più scaltro, acquisisce una sottile capacità di creare imbrogli e situazioni canzonatorie ai danni dei padroni avari e spilorci dei quali è a servizio anche se il più delle volte le sue invenzioni gli si ritorcono contro irrimediabilmente. Il vestito anch’esso muta nel tempo e quello canonico si narra sia stato confezionato dalla madre di un bambino poverissimo con  ritagli di stoffa donati dai compagni di scuola. In questo modo anche Arlecchino partecipa alla festa di carnevale; un esempio di solidarietà ed inclusione tipici delle campagne lombardo venete di un tempo. Nella scultura, la figura di Arlecchino è stata realizzata da grandi scultori del passato, ne ricordo alcuni: Demetre Chiparus (1886-1947) scultore rumeno vissuto a Parigi, talento indiscusso dell’art decò, ha modellato diverse maschere tra le quali Pierrot e Arlecchino, Jaques Lipchitz (1891-1973), esponente delle avanguardie cubiste insieme a Picasso, famoso rimane il suo arlecchino cubista con mandolino. Nella tradizione veneta non possiamo non ricordare Amleto Sartori (1915-1962) e Augusto Murer (1922-1985); entrambi si sono cimentati nella realizzazione di sculture e disegni dedicati alle maschere. Murer intaglia nel legno e modella arlecchini giovinetti dedicando particolare attenzione al vestito nel quale ritroviamo una superficie prodotta con movimenti veloci e puliti che ne esaltano la trama. Un discorso a parte merita Amleto Sartori che ha dedicato buona parte del suo operato alla produzione di maschere della commedia dell’arte. Sartori dedica alla maschera di Ruzzante, un personaggio disperato a cui la vita ha tolto anche gli ideali, una vasta produzione. Produce maschere per la rinata commedia dell’arte per le rappresentazioni di Giorgio Strehler, Gianfranco de Bosio e Jacques Lecoq. Come scrive Camillo Semenzato Sartori comprese, e per questo la amò, che la maschera era la sintesi di un atteggiamento umano, una sorta di emblema che ogni uomo in misura più o meno evidente porta con sé. Un bellissimo Arlecchino, in bronzo si trova nella città di Abano Terme, dove ha sede anche il museo internazionale della maschera dedicato all’artista.

La mia produzione riparte da questa tradizione che ho cercato di rinnovare introducendo nei miei arlecchini un emblema, un forte elemento caratterizzante capace, mi auguro, di ridefinire continuamente l’opera evocando nell’osservatore   un’idea o un’emozione non necessariamente esplicite. Alcuni esempi sono gli arlecchini dedicati ai simboli alchemici, i simboli degli elementi evocano atmosfere misteriose in cui il metodo induttivo era in embrione. Tempus fugit in cui la meridiana e le sfere, accoppiate ad arlecchino, indicano lo scorrere del tempo. Gli arlecchini con le maschere apotropaiche sono maschere nella maschera nella stessa scultura e la tradizione arcaica si fonde con quella moderna. I venditori di maschere, nella veste di arlecchino, propongono la maschera come un filtro che lascia passare i sentimenti, le parole, i motivi più elementari e per questo più veri.

I motivi per cui ho scelto di modellare arlecchini sono diversi: la tradizione, l’emblema, la possibilità di vivere un alter ego liberatorio e al di là dei motivi Arlecchino si fa amare; è un personaggio lacero, affamato, pieno di appetiti, senza speranze suscita in tutti simpatie umane, soprattutto in chi almeno per qualche tratto della sua vita ha condiviso qualcosa della sua sorte.

Paolo Camporese

Nella figura un arlecchino di Paolo Camporese