PICASSO E LA CERAMICA

Nel 1946, dopo la liberazione di Parigi, Picasso trascorre i mesi estivi a Vallauris, un piccolo paese vicino al golfo di Juan, rinomato per la sua tradizione ceramica. È qui che conosce i coniugi Ramié, titolari della fabbrica Madoura, il cui laboratorio accende immediatamente la sua curiosità e la sua voglia di mettersi alla prova. Introdotto in questo nuovo mondo, il maestro è come un bambino che entra in un negozio di giocattoli: tanto è il suo entusiasmo che due anni dopo decide di trasferirsi stabilmente a Vallauris, in un vecchio deposito abbandonato. Da quel momento, per quasi vent’anni, il dialogo con la ceramica non si interromperà più. Per Picasso, questa nuova pratica rappresenta un’occasione preziosa per allargare i propri orizzonti artistici. La lavorazione della ceramica gli offre infatti la possibilità di ragionare sul rapporto tra pittura e scultura in modo diretto e concreto, poiché la produzione fittile consente entrambe le cose. Muovendosi tra decorazione e forma, getta così le basi per la sua produzione scultorea degli anni Cinquanta e Sessanta. La sperimentazione prende le mosse da forme già preesistenti: vasi modellati al tornio su cui dipinge figure femminili che rimandano alla tradizione ellenistica. A questi lavori dà il nome di Tanagre, in riferimento alle celebri statuette di terracotta policroma di piccole dimensioni, risalenti al periodo ellenistico (IV-III secolo a.C.), che raffiguravano figure femminili eleganti e ammantate. Il termine deriva dall’antica città greca di Tanagra, in Beozia, dove furono rinvenuti per la prima volta questi preziosi reperti archeologici. In altri casi, sfrutta invece la forma particolare di certe brocche per inserirvi disegni che richiamano figure zoomorfe. Non mancano poi soluzioni più ardite: frammenti di pentole, scarti di cottura e mattoni rotti vengono inglobati nelle opere, accanto alle cosiddette paste bianche, ceramiche non smaltate decorate con elementi in rilievo. In questa stagione creativa, Picasso riesce a produrre oltre 4.000 pezzi. Vasi, piatti, bottiglie e pentole diventano il suo campo di gioco, esplorati nelle forme, nei colori e nelle decorazioni più svariate, senza mai abbandonare i temi iconografici a lui cari: centauri, colombe, capre, figure femminili e maschili, scene di tauromachia, maschere, cavalli. C’è anche una dimensione più intima e quotidiana in questo lavoro. Picasso è orgoglioso del fatto che i suoi piatti possano essere davvero usati per mangiare, e per questo sceglie di produrre alcuni lavori in più esemplari. Nasce così, già a partire dagli anni Cinquanta, un nuovo tipo di collezionismo: le ceramiche firmate Picasso, vendute a prezzi accessibili, entrano nelle case di appassionati e amatori, avvicinando l’arte alla vita di tutti i giorni.

Paolo Camporese

Nell’immagine un vaso scultura di Paolo Camporese. Titolo dell’opera: vaso alchemico.