La Strega di Brancusi: quando il legno diventa magia

Nei primi anni Dieci del Novecento, Constantin Brancusi attraversa una fase cruciale del suo percorso artistico: è il momento in cui decide di voltare le spalle ai modelli accademici e alle suggestioni primitiviste che avevano caratterizzato i suoi esordi. In questo contesto nasce La Strega, scultura che segna una svolta radicale nel suo linguaggio espressivo.

L’opera è ricavata da un unico blocco di legno di noce, materiale che Brancusi lavora con una sensibilità quasi artigianale, rispettando la natura organica del tronco. Di fronte a questa presenza enigmatica, lo spettatore si trova inizialmente spaesato: dove sono gli attributi tradizionali della strega? Dov’è la narrazione figurativa a cui siamo abituati?

Nell’opera permangono reminiscenze delle sculture africane che, in quegli stessi anni, affascinavano le avanguardie europee – basti pensare all’interesse di Picasso per le maschere rituali. Ma Brancusi non si limita a citare: trasforma quegli stimoli in un vocabolario formale del tutto personale, fatto di volumi essenziali e geometrie evocative.

La composizione si articola in elementi che suggeriscono più che rappresentare. Il cono apicale evoca immediatamente il cappello conico della strega, mentre la base allungata rimanda alla scopa su cui cavalca. I due cilindri laterali potrebbero essere lembi di mantello mossi dal vento.

Ma l’intuizione più sorprendente si trova nel nodo del legno, posizionato alla base del cono: quella presenza naturale, quel segno lasciato dalla crescita dell’albero, diventa improvvisamente un occhio. Da quel punto, tutto si ricompone: la superficie circolare si trasforma nel volto della creatura, lo sguardo fisso di chi sta per spiccare il volo.

Cono e cilindri poggiano su un fusto obliquo e slanciato che sembra sfidare l’equilibrio. È proprio questa tensione verso l’alto, questa instabilità trattenuta, a suggerire la figura della strega nel momento esatto in cui si solleva da terra. Non c’è bisogno di dettagli narrativi: bastano la direzione, l’energia trattenuta nella forma, la promessa di movimento.

La Strega dimostra come Brancusi fosse già padrone di quella sintesi che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione successiva: l’abilità di distillare un’immagine fino alla sua essenza, lasciando che sia lo spettatore a completare la visione con la propria immaginazione.

Paolo Camporese                     

Nell’immagine una scultura di Paolo Camporese dal titolo “La fata verde”

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